CALCIATORI E MURATORI
Lo sport del calcio si gioca su un campo (approssimabile a un piano) orizzontale. Per definizio-ne di orizzontale esso non può contenere linee verticali.
Osservando il gioco del calcio, gli unici elementi verticali che è dato di cogliere sono i pali delle porte, le bandierine ai vertici del rettangolo di gioco e, approssimativamente, l’asse principale del corpo dei giocatori, quando non sono in azione. Le traiettorie impresse al pallone sono pa-raboliche, ma solo nei casi banali, e solo in casi abbastanza eccezionali possono avvicinarsi al-la verticale; in questi casi nell’oralità che accompagna il gioco del calcio vengono tradizional-mente definite “a campanile”, forse per nostalgia del passato, quando si giocava a pallone sul campetto dell’oratorio.
Nel gioco del calcio ognuna delle due squadre ha come scopo mandare il pallone nella rete del-la squadra avversaria (le reti sono poste al centro dei lati corti del rettangolo di gioco) e ciò defi-nisce un orientamento base per ogni squadra: quello che va dalla propria porta verso quella av-versaria. Per la convenzione fondamentale del gioco avanti è il vettore parallelo all’asse mag-giore del campo diretto verso la porta avversaria. I lanci in avanti sono evidentemente quelli che mandano il pallone in questa direzione, che potremmo designare “longitudinale”, e in questo verso.
A ribadire questa convenzione, i lanci del pallone che hanno direzione trasversale, ovvero pa-rallela al lato corto del campo, si usa definirli “laterali”, termine attribuito anche ai giocatori che si muovono in prevalenza nella zona prossima al lato lungo del rettangolo (“fascia laterale”).
Stando così le cose, rimango stupito quando in una telecronaca sento il termine “verticalizzare”; presto attenzione e mi accorgo che viene correntemente usato per movimenti dei giocatori o del pallone effettuati in avanti verso la porta avversaria. Quanto detto esclude la possibilità che l’espressione “in verticale” intervenga per “supplenza”, in assenza di un’altra più semplice di uso comune; anzi si comprende facilmente che “in avanti” avrebbe molte ragioni per essere consi-derata la più semplice.
Questo uso linguistico è testimoniato anche dalla sua presenza nei dizionari che più sono sen-sibili alla lingua come fatto sociale, come linguaggio parlato:
verticalizzare “... sport, nel calcio, sviluppare l’azione di attacco lungo l’asse verticale del campo, dando profondità al gioco”
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Come inevitabilmente capita nella consultazione dei dizionari la definizione di un termine riman-da ad altri e il gioco continua fino a che chi li consulta trova nelle definizioni solo termini noti, oppure rinuncia disperato di fronte alla amplificazione esponenziale dei termini ignoti.
Per fissare il significato di “verticalizzare” allora cerco la voce contenuta nella sua definizione:
profondità: “condizione, carattere di ciò che è profondo / distanza, misurata in senso verticale, tra il fondo di un corpo cavo e la sua estremità superiore”
Per fissare il significato di “profondità” allora cerco la voce
verticale ”geom., di retta o piano, perpendicolare a un piano orizzontale - estens., che si sviluppa o ha una disposizione perpendicolare rispetto al piano dell’orizzonte o rispetto al terreno o ad altri punti di riferimento”.
Che sarà quel “geom.”? se significa “geometra” capisco che abbia a che fare con l’orizzonte ter-restre, se significa “geometria” invece non mi risulta che questa disciplina contempli la forza di gravità. Ma sono quisquilie di fronte al problema che queste voci di vocabolario impongono alla comprensione, che si suppone sia lo scopo di chi le consulta: se “verticale” designa la direzione “perpendicolare rispetto al piano dell’orizzonte” come si può nel gioco del calcio “sviluppare l’azione di attacco lungo l’asse verticale del campo”, il quale non può che essere una linea per-pendicolare al piano del campo che passa per il suo centro?
Ho provato a chiedere spiegazioni. Escludendo quelle che danno per scontato quello che si chiede di spiegare con la domanda, e che quindi non costituiscono delle risposte, ho trovato in-teressante “è un modo di dire”, o, in una versione più sofisticata, “è una metafora”.
Effettivamente l’oralità del gioco del calcio è piena di metafore e di modi di dire. So troppo poco di retorica per conoscere i termini appropriati, ma mi pare si debba fare una distinzione. Ci sono modi di dire che assumono un evento particolare come rappresentativo di una classe. Prendia-mo ad esempio Cesarini, che era un calciatore cui capitò di segnare goal decisivi negli ultimi minuti della partita e per questo passò alla storia (del calcio). Da allora si dice, di un goal segna-to negli ultimi minuti, che è stato segnato in “zona Cesarini”. L’espressione è significativa solo per chi conosce questo riferimento particolare “locale” ma il suo uso si è esteso anche a chi probabilmente ne ignora l’origine: “in zona Cesarini” è diventato un modo di dire.
Ci sono modi di dire o metafore che invece trasferiscono un termine di uso comune per tutti i parlanti di una certa lingua a un ambito diverso da quello in cui è nato e in cui viene usato “lette-ralmente”. Questo gioco linguistico è basato sull’analogia di rapporti in una struttura: “come A sta in rapporto a B nel contesto C, così D sta in rapporto a E nel contesto F”; dico “il tramonto della vita” per dire la vecchiaia, perché la vecchiaia sta alla vita come il tramonto sta alla giorna-ta. In sostanza un significante, come “tramonto”, viene ad assumere, grazie a questo trasferi-mento di contesto, un significato diverso da quello abituale, letterale. Ma quanto può essere di-verso?
Più è lontano e diverso il contesto in cui viene trasferito il rapporto e più l’effetto è cognitivamen-te e retoricamente forte, ma con questo aumenta anche la difficoltà di comprensione. Non so se questa diversità e lontananza si possano misurare, ma mi sento di dire che di sicuro si supera un limite della coerenza del sistema linguistico, e quindi della comprensione, se il significato traslato contraddice o, nel caso limite, è opposto rispetto a quello letterale.
Se “verticale” è usato come metafora, il termine assume un significato diverso da quello lettera-le in un contesto diverso, ma questa diversità può arrivare fino al punto in cui il termine “vertica-le” viene attribuito a qualcosa di orizzontale?
Non sto certo sostenendo che la metafora è estranea al linguaggio scientifico, anzi! Ma c’è una caratteristica che è “obbligatoria” nella metafora scientifica ed è la consapevolezza che di meta-fora si tratta, ovvero che è in atto un movimento di trasferimento da un contesto a un altro. In
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questo senso la lontananza e diversità dei contesti non solo è per la scienza elemento creativo1 ma favorisce la consapevolezza nella comunicazione: il quadro delle pertinenze del discorso cambia così tanto che, se “non si capisce la barzelletta”, almeno ci si accorge che di barzelletta si tratta e che non la si è capita.
Ma, nel caso di cui stiamo parlando, le pertinenze sono le stesse, quelle relative alla spazialità e all’orientamento; quindi abbiamo un’inversione di significati nello stesso contesto di pertinenza.
Nell’articolo di Marco Testa si vede come i bambini usino riferimenti che sarebbero di per sé contraddittori (verticale è ciò che è parallelo al lato lungo della stanza in cui mi trovo, verticale è ciò che è parallelo all’asse del mio sguardo, verticale è qualcuno o qualcosa che sta in piedi) e che però non entrano in contraddizione per il pensiero contestualizzato e scarsamente astratto dei bambini: per i bambini ogni contesto (di esplorazione e di discorso) è un mondo a sé che ha un suo sistema linguistico; il fatto che venga usato lo stesso termine in contesti diversi nel loro sistema cognitivo è più astratto e meno importante di ciò che accade all’interno di ciascun si-stema… purché i sistemi non siano presenti contemporaneamente e non vengano messi a con-fronto in un meta-contesto con un atto di astrazione. In un certo senso anche gli addetti all’edilizia e i calciatori operano in contesti diversi, ciascuno dotato di un suo linguaggio. Ma che succede quando gli edili vanno allo stadio o i calciatori si fanno costruire una villa e ci tengono a che i muri portanti non vengano edificati adagiati al pavimento? E l’insegnante a scuola deve considerare i propri allievi come futuri edili o futuri calciatori? O deve tenere lezioni separate per i due gruppi? E le future segretarie e i futuri salumieri?
La scuola si pone come luogo per tutti e oltretutto mira allo sviluppo dell’astrazione e della me-ta-cognizione; e allora il linguaggio che adotta deve essere il più possibile transcontestuale. Perché non usare allora il linguaggio della scienza che si occupa di descrivere le relazioni spa-ziali, quello che è stato elaborato appositamente per trattare quel tipo di problemi e di aspetti della realtà?
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